Esattamente un anno fa, il 17 luglio 2014, il giornalista del Quotidiano del Sud e dell’Ansa Michele Albanese, è finito sotto protezione ed obbligato a spostarsi con l’auto blindata dopo che gli inquirenti hanno intercettato una conversazione in cui si parlava di un attentato della ‘ndrangheta contro di lui. La consigliera regionale di Calabria in Rete, Flora Sculco, è andata a trovarlo: “Anzitutto – ha riferito a conclusione del colloquio – per stringergli la mano in segno di stima. E’ impressionante, costatare che in Italia esponenti della stampa siano a rischio e sotto scorta. Quando si liquida il ruolo del giornalismo d’inchiesta, profetizzandone l’estinzione, inviterei ad andarci piano. In Calabria si ha bisogno di una stampa libera per dare più forza al contrasto alla mafia che quotidianamente vede impegnate forze dell’ordine e la magistratura”. Aggiunge Flora Sculco: “L’ho trovato molto provato, perché è evidente che una vita sotto scorta arreca, per un giornalista abituato a muoversi senza limitazioni, stanchezza psichica e forse anche un poco di sconforto. Ma dalla discussione che ho avuto con lui, in particolare sulle criticità e i punti di forza del Porto di Gioia Tauro, le cui vicende conosce perfettamente per essersene occupato in oltre trent’anni, ho percepito in Albanese una lucidità di analisi straordinaria”. Michele Albanese, che non ha smesso mai di scrivere, ha posto l’attenzione “sull’urgenza della Calabria di avere una classe politica meno preoccupata degli organigrammi. E in grado di occuparsi del presente e del futuro dei calabresi, la cui sopportazione è giunta al limite. Nelle nostre zone, annientato il welfare da politiche di tagli lineari, anche le pensioni, che per anni hanno consentito a famiglie intere ed a tantissimi giovani di tirare a campare, stanno per esaurirsi e, in assenza di progetti seri per la valorizzazione del Porto e dell’agroalimentare, i nodi stanno per venire al pettine. Se la politica non vuole implodere, deve capirlo in fretta. Puntando sul merito, le competenze vere e la programmazione delle risorse pubbliche e private”. Flora Sculco ha commentato: “Un giornalista costretto all’immobilità per avere chiamata mafia la mafia, evidenzia non soltanto l’estrema difficoltà di fare informazione in Calabria, ma segnala l’esistenza di una realtà che le istituzioni nazionali farebbero meglio a seguire più da vicino. In Calabria, le emergenze sociali e l’invasività della criminalità frenano ogni progetto di sviluppo, costringono i migliori ad andare via, vanificano i diritti costituzionali e condizionano la stessa libertà d’impresa. Qui – ha concordato Sculco con Albanese – è interpellata la politica. E la mia opinione – ha concluso – è che sul fronte del rispetto della legalità la politica deve fare di più. Pensare che la nottata possa passare, seguitando ad andare a Roma per trovare equilibri che invece dovrebbero avere come protagoniste le istituzioni e le forze politiche calabresi, assieme agli imprenditori ed alle forze sociali, è l’ennesimo sbaglio”.
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